mercoledì 8 luglio 2009

L' Architetto preferito? Naturalmente ......

Chiedere a un vicentino che abita a poche centinaia di metri da tre importanti ville venete chi sia il suo architetto preferito è quasi una presa in giro. Se lo si chiede nel 2009, nell' anno in cui si festeggia il cinquecentenario palladiano , risulta essere ancor più una provocazione.
Siamo sicuri? non direi.
Colgo la proposta di Salvatore D' Agostino che nel suo blog http://wilfingarchitettura.blogspot.com/ chiede a tutti i blogger italiani che scrivono di architettura di rispondere a due semplici domande:

Qual è l´architetto noto, ancora in attività, che apprezzi e perché?

Qual è l´architetto non noto che apprezzi e perché?

Come notate si chiede "architetto ancora in attività".

Io non sono architetto e non sono esperto di architettura, ma amante. Non conosco molti nomi da poter compilare una classifica, e dovrei limitarmi a selezionare i miei amici.
Bene, rispondo con una sorta di allegoria, o panegirico che ruoti intorno al concetto.
Per me l' architetto vivente, noto o non noto, che più apprezzo è colui il quale riesce a dialogare con il presente rispettando il passato. Colui che si muove con destrezza tra fogli di carta e scalpelli del muratore, colui che si nutre di arte, musica e cultura. Una persona in grado di capire che in architettura una grande rivoluzione può anche essere la riscoperta del passato, non di tutto il passato, ma di quello che sa portarci nel futuro. Non parlo necessariamente di prendere come esempi i grandi architetti del passato, anche loro archistar, ma i piccoli e invisibili mastri architetti di cui nei libri di storia dell' architettura non c'è traccia. Parlo di coloro i quali nati e vissuti in un territorio hanno capito cosa voleva questo territorio e hanno prodotto il risultato che ha consentito a uomini e cose di rimanere nel tempo.
Parlo di uomini saggi, che hanno compreso l' arte della mediazione e del buon gusto, uomini che hanno saputo quando fermarsi, quando aggiustare, quando abbattare e quando saper costruire.
Uomini che non sono scesi a patti con il potere ma hanno mantenuto intatto l' onore e il rispetto del territorio. Uomini che prima di gridare alla tradizione per affrontare il cambiamento hanno studiato la tradizione. E il cambiamento, che diventa migliorativo, è arrivato da solo.
Non ho nomi da fare, e se li facessi non li conoscerebbe nessuno. Ma chi si riconosce nella categoria descritta può pure autocitarsi.
Simone Ariot

domenica 19 aprile 2009

Benedetto terremoto

Non un lapsus freudiano, non una provocazione.
Un semplice, politicamente scorretto, pensiero.
A pochi giorni dal devastante terremoto abruzzese, quando l' incessante bombardamento mediatico
che ha imperversato quotidianamente tende ad affievolirsi, un titolo come questo potrebbe lasciare sbigottiti.
Non gioisco dei morti, della terribile sofferenza dei sopravvissuti, del patrimonio storico artistico andato distrutto e dello sciaccallaggio mediatico che si è prodotto sucessivamente alla tragedia. Non giosco di nulla. Ma non posso non notare di quanto tutto faccia tornare i conti, i miei conti, già espressi nei pochi post finora scritti in questo blog.
Al di la della prevedibilità o meno di un terremoto, della pericolosità, delle responsabilità, sta ora lentamente emergendo un vero e proprio caso "costruttivo" italiano, un caso che diventa culturale e sociale, oltre che tecnico e politico. Nel paese più bello del mondo, con la maggiore tradizione architettonica e cotruttiva, una cinquantina d' anni fa si è cominciato a distruggere l' ambiente e il paesaggio. I palazzoni dei palazzinari sono lo specchio della condizione italiana, della cultura ridotta all' esaltazione del passato senza cenni di un presente che se c'è non emerge perchè superato da un futuro a forti sconti già immaginato. Palazzi grandi e brutti, sporchi e scomodi. Piani su piani, totalmente privi di quella funzione estetica eretta come bandiera del made in Italy nel mondo. Quando una casa o un palazzo è brutto è anche scadente. Quando è scadente è pericoloso. Quando è pericoloso c'è la morte e se c'è la morte c'è la caccia al' imputato, allo stregone malefico che ha voluto il disastro.
Tutti responsabili gli italiani. Responsabile l' architetto o l' ingegnere progettista, perchè è sceso a compromessi, ha lasciato nel cassetto del dimenticatoio la lezione culturale appresa all' Università e si è piegato alle richieste dei costruttori senza scrupoli. Responsabili i costruttori che hanno voluto arricchirsi inseguendo il sogno del facile guadagno nel settore immobiliare ed edile, e in Italia è da qualche decennio che generazioni di nuovi ricchi si moltiplicano grazie alle costruzioni.
Responsabili i politici e la loro tendenza al mercanteggiare i voti, garantendo l' ingarantibile, promettendo tutto e di più a chi consentirà la loro elezione. Responsabili i cittadini,
che inseguono il sogno della casa di proprietà quando ancora non hanno strumenti culturali per capire se la casa dove metteranno i loro risparmi sarà ben fatta. E non parlo dei palazzi antichi ( spesso o quasi sempre più sicuri di quelli moderni). Responsabili i professori, e mi cito in prima persona, che con i loro voti talvolta regalati consentono a generazioni di futuri architetti, ingegneri, politici, amministrativi ed altro di arrivare a gestire una posizione per la quale servirebbe un po' più di cultura e responsabilità.
Questo blog è nato con l' intenzione di individuare esempi di restauri eccelenti, o potenziali, ma anche con la speranza di contribuire seppur minimamente alla diffusione di una cultura del buon gusto, dell' estetica che procede pari passo con l' etica, e senza sconti.
Forse pochi ci pensano, ma quando arriverà un nuovo grande terremoto a Messina o Reggio Calabria i morti non saranno solo 300. Possiamo tranquillamente aggiungere un paio di zeri. Eppure si continua a cotruire, male e in malo modo.
Non solo, si continuano a lasciar morire le vecchie case di campagna che dirompono nelle ormai periferie d' Italia, lasciate all' abbandono nonostante il patrimonio storico, culturale e talvolta architettonico che portano con loro. Si preferisce dimenticare il passato di povertà di un mondo contadino ma genuino e investire l' investibile su tristissimi bi-tricamere in anonimi palazzoni. Si preferisce lasciare chiuse le case del centro nonostante le migliaia di persone che cercano un alloggio, tradizionalmente più sicure perchè ben costruite.
In altri post ho parlato della difficoltà di trovare case decenti, solide e di confrontarsi con professionisti seri.
Ecco.
Questo sta succedendo. Abbandoniamo le case di valore, solide strutturalmente, costruiamo schifezze che alla prima scossa crollano.
L' Italia si sta uccidendo con le proprie mani e questo ultimo, terribile avvenimento abruzzese, almeno ci serva per capirlo meglio.
Benedetto terremoto.

Simone Ariot

giovedì 2 aprile 2009

The Loft is lost


Potrebbe sembrare uno scioglilingua, invece è il semplice pensiero di un malaugurato e perenne ricercatore di realtà impossibili. Il tempio maledetto? L' arca perduta? il tesoro del capitano?
No, una cosa apparentemente molto più semplice, un' abitazione facile da immaginare ed economica da realizzare, spaziosa nei volumi e contenuta nella superficie totale.
Una magia? No, un loft, o ancora più semplicemente (seppur con qualche differenza) un open space.
Sono passati quasi due mesi dal mio ultimo intervento in cui ho continuato l' estenuante ricerca immobiliare. Ormai ne sono certo. Più una cosa è introvabile, più mi attrae e la sento adatta a me. Il problema è che se ciò che cerco è desaparecida nella mia città, sembra che nelle realtà urbane confinanti abbondino e prolifichino.
Fino agli anni 90 infatti nessuno sapeva nemmeno cosa fossero, scambiando il loft con un dolce americano o un pezzo meccanico di un motore elettrico. Piano piano, complice allo stesso tempo un inconsapevole marketing politico dell' ormai quasi defunto PD, l' abitazione ricavata da uno spazio artigianale , di un unico piano alto e una superficie interna diffusa, ha cominciato a dettare tendenza. Pubblicitari milanesi, fotografi emiliani o artisti torinesi hanno cominciato a preferire questa tipologia quando, rigorosamente single, si sono accorti che una casa con quattro stanze e tre delle quali sempre vuote è molto più inutile di un unico spazio aperto sfruttabile e ben gestibile.
Partendo da lameno 70 mq l' esperienza di progettare un open space è alla portata di molti, se dotati di inventiva e buon gusto. Ma evidentemente i costruttori non l' hanno ancora capito e come al solito, affidandosi ai grandiosi consigli degli agenti immobiliari ( vedi articolo precedente)
decidono di non accorgersi delle vere necessità del moderno utente delle abitazioni.
L' epoca dei mini da 25 mq, dei bicamere da 50 e dei tricamere da 70 è finita. Morta e sepolta.
Oggi si riscopre il lusso di un paio di camere in meno ma di uno spazio comune più grande, si scelgono soggiorni ampi per organizzare magnifiche cene con gli amici ( perchè cenare fuori è sempre più out, complice anche la crisi), vetrate omnipresenti che portano luce e quindi dimensione al posto delle vecchie e piccole finestrelle che costringono all' illuminazione artificiale anche alle tre di pomeriggio di un' assolata giornata agostana.
Quindi?! Quindi continuo. Io prima o poi troverò la mia soluzione, la sognerò, l' arrederò mentalmente e la prepareròper le prime immaginarie cene tra amici. Ma nella piccola e borghese Vicenza, ancora non si trovano, e chiederli significa quasi provocare il venditore.
Bene. No, Male.

Simone Ariot

lunedì 19 gennaio 2009

Una strana razza: gli agenti immobiliari


Questo post vuole essere un elogio a quei pochi individui facenti parte della categoria "agenti immobiliari" che non si riconoscono nella descrizione che farò.
In questi mesi, maniacalmente come al solito, mi sto spremendo nella ricerca di una casa da comprare. Il momento è quello buono si sa, tutto è trattabile e l' offerta notevole. I sistemi informatici consentono attraverso specifici siti di essere aggiornati quotidianamente sulle offerte disponibile, eppure trovar casa non è semplice, ameno per me.
Quello che cerco sembra non esistere, e se esiste non passa attraverso le agenzie ma tra i contatti privati di pochi privilegiati che compreranno un immobile sicuro, storico, bello ed appagante. Una casa suggestiva, con il sapore del tempo e l' assenza di porcherie frutto dell' estro di geometri attempati. Il tutto senza svenarsi.
Come un buon cercatore di case, voglio affidarmi a professionisti, e attraverso la rete inoltro una specifica richiesta.
"Cerco midio o più, dai 60 mq in su, possibilmente con garage o posto auto, a non più di 3 km dal centro storico. Condizione indispensabile: l' appartamento deve essere inserito in un contesto antecedente al 1950, suggestivo, e di interesse architettonico".
Non credo si tratti di una richiesta difficile da comprendere. Probabilmente si faticherà a trovare un immobile con queste caratteristiche.
Il giorno successivo all' inserimento nel portale della richiesta, fioccano le prime telefonata dei vari venditori. Molti appartengono ai franchising dei grandi gruppi. Sono giovani o meno giovani, uomini e donne, con un' inflessione dialettale talvolta molto accentuata. Mi propongono immediatamente alcune case.
1° colloquio. Dalla descrizione capisco immediatamente che si tratta di un immobile anni 60 e li fermo in men che non si dica. "Guardi, mi interessano solo case anteriori al 1950" puntualizzo senza toni di scocciatura. " Ma guardi, questo nonostante sia del 1966 costa meno di una casa come la vuole lei. Non si preoccupi, possiamo anche farle accedere a un mutuo con condizioni vantaggiosissime".
Lo sventurato venditore, evidentemente arrivato al mondo immobiliare senza una minima cultura di storia dell' architettura, era convinto che cercassi una casa vecchia per risparmiare. No comment. Non sapeva nemmeno che le case vecchie valgono di più.
2° colloquio. " Ma scusi, perchè cerca una casa vecchia?" mi chiede il venditore. Risposta: " Guardi, sono appassionato di architettura. Le case precedenti al 50 sono costruite meglio, dureranno di più e si rivaluteranno nel tempo." Il venditore in questione mi risponde seccato che lui consiglia appartamenti in palazzi recentissimi, magari non ancora terminati, perchè in questo modo si ha l' esclusiva di poter vedere lo stato dei lavori. Rispondo che vedere lo stato dei lavori sarebbe un' altra conferma sul fatto che oggi come oggi le maestranze lavorano male e non voglio comprare qualcosa che già necessita di ristrutturazione in partenza.
3°colloquio: " ma lo sa che lei è proprio strano. Nessuno fa mai queste richieste!!!!in dieci anni non mi è mai capitato!" . Con un po' di spavaldaggine, rispondo che evidentemente ha trovato clienti pessimi desiderosi di case pessime. L' agente si offende, dice che sa fare il suo lavoro e mi propone una casa. Si fidi, mi dice. Ci troviamo dopo un paio d' ore all' indirizzo. Siamo in una palazzina anni 60. L' agente in questione mi fa cenno di seguirlo e io chiaramente lo fermo immediatamente per fargli notare che la casa non risponde ai requisiti. Il cafone insiste , dice di aver letto nelle carte che l' immobile è del 1943, e mi fa notare che lo si può constatare dallo stato dei terrazzi ( rovinati). Mi faccio una grassa risata, lo guardo con l' espressione di una persona divertita e allo stesso tempo stanca di constatare l' incompetenza altrui. " Vede, signor........... questa casa non è del 1943 per diversi motivi, e non serve leggerlo tra i dati catastali.Per prima cosa si vede dallo stile architettonico. Prima degli anni 50 le case non avevano le persiane, qui ci sono. Prima degli anni 50 le mura erano spesse poichè dovevano trattenere calore in inverno e non erano ancora diffusi i termosifoni o il riscaldamento ad esclusione delle stufe. POi lo si capisce dalle altezze dei piani, dalla presenza dei terrazzini al posto dei balconcini, e soprattutto......la casa non può essere del 1943 perchè in quel' anno non sono state costruite case.
Il rozzo agente insiste, dice che le case vengono costruite sempre, che non ci sono pause, che anche adesso che c'è crisi si costruisce e quindi si costruiva anche all' epoca. Lo sventurato, appena 25enne, perfetto esempio di ignorante italico, ha continuato persevarando nelle sue teorie. Ad un certo tempo gli dico chiaramente che nel 1943 in Italia e in gran parte dell' Europa era in corso una guerra. La seconda guerra mondiale. Nessuno costruiva in quegli anni, perchè non c' erano soldi, perchè non c' erano manovali, perchè non servivano le case. Finalmente si è calmato ma ha insistito di farmi vedere la casa. Stremato, l' ho assecondato. Una casa oscena e senza nemmeno una delle caratteristiche che avevo chiesto.
POtrei andare avanti all' infinito. Direi che su un campione di una cinquantina di venditori sinora incontrati, solo 4 o 5 si sono dimostrati competenti, in grado di comprendere la richiesta, in grado di distinguere ad occhio una casa degli anni 70' da una degli anni 20.
Vivo nella città del più grande architetto della storia, una città ricca, con una biblioteca densa delle opere di grandi studiosi di storia dell' architettura come Lionello Puppi, Renato Cevese, Franco Barbieri. Non si può certo dire che manchino gli strumenti. Mi chiedo perchè un responsabile d' agenzia non sia interessato all' architettura e perchè non obblighi i suoi discepoli a seguire almeno un corso di formazione per capirne un minimo.
La risposta è a portata di mano. Perchè sono trogloditi arricchiti al servizion del Dio Scheo ( leggi Dio denaro).
Francamente trovo ridicolo che sia io, non titolato e semplice cliente, a dovere spiegare ai venditori le caratteristiche storiche e architettoniche della case che mi propongono. Sono incazzato.

Simone Ariot

giovedì 8 gennaio 2009

L' altra faccia della bellezza

Vivono insieme ma non comunicano, come due gemelli siamesi separati da pochi metri di giardino. Nella campagna vicentina, a poche centinaia di metri dal deperimento palladiano ( vedi articolo precedente), un esempio di come una villa veneta può essere vissuta, elegantemente, e non dimenticata. Con un piccolo ma! al quale arriveremo dopo.

A poche centinaia di metri dalla villa dello scandalo palladiano, nella frazione chiamata Ospedaletto, trionfa villa Negri Cerioni Feriani, detta Cà Latina, edificata nel 1709 e attribuibile all' archietto Borrella anche se alcuni si ostinano a considerala del Muttoni.
La villa è abitata tutto l' anno da due famiglie che la mantengono, almeno all' esterno , perfettamente conservata. Il grande giardino all' italiana che riprende il gusto settecentesco si trasforma in giardino all' inglese nel retro, isolandosi con un fossato dai campi circostanti. Come si può notare l' edificio riprende il tipico schema palladiano, con il piano nobile centrale, le due parti laterali e modulari, ma soprattutto un totale di quattro piani.
Abbiamo infatti un piano seminterrato, solitamente dove risiedevano le lavanderie e i laboratori artigianali collegati alla villa e dove trionfava la cucina. Grazie a questo posizionamento il calore emesso dal camino perennemente acceso alimentava i condotti di areazione e poteva contribuire al riscaldamento della casa. Sotto le scale d' entrata una sorta di tunnel, probabilmente con una porticina che ricava un piccolo deposito per gli attrezzi da giardino.
Un primo piano rialzato dove saranno presenti le sale da ricevimento, da gioco, da musica ( ovviamente oggi trasformate in semplici soggiorni o sale cinema) e l' importantissimo atrio d' entrata, dove nelle sere estive si riuniva la famiglia originaria.
Un secondo piano con le camere da letto, dovrebbero essere da quattro a sette a seconda del numero di servizi igienici, e infine una soffitta, utilizzata un tempo come camere private della servitù se questa non avesse trovato spazio nel seminterrato.
Notate i capitelli corinzi e ancor più la splendida pescheira che domina all'entrata, davanti la scalinata del pronao. Questo esempio di villa è tipico del 700' ,nel tentativo di ritornare al Palladianesimo in architettura, esempio direi ben riuscito, a testimonianza anche del percorso secolare che l' ha consegnata in otima forma.
Il ma dell' introduzione è spiegato dal secondo edificio, in mattoncini, che rappresenta una cappella privata, come da tradizione veneta e patrizia.
Il lato oscuro è rappresentato dal fatto che questo piccolo edificio non viene più utilizzato come cappella e non è stato convertito ad abitazione, come talvolta avviene in questi casi.
Passandoci davanti piange il cuore soprattutto perchè lo stato di conservazione è buono e
l' immobile, che pur s' affaccia in strada, regala ancora emozioni. Potrebbe anche trattarsi di un caso di "belle arti" non disponibili al dialogo, ma che una realtà architettonica debba morire quando il suo corpo è in grado di starsene in piedi , per me diventa inaccettabile. Immagino un piccolo appartanento per riposarsi, per pensare, scivere o studiare, dove si respirare la sacralità necessaria per attività così serie e dove ci si possa scordare del tempo che inesorabilmente passa.

Simona Ariot Villa Negri Ceroni Feriani, 'Cà Latina'
Strada di Ospedaletto 148

lunedì 5 gennaio 2009

Palladio rimosso



500 anni di Palladio, Palladio dimenticato 500 volte. Nonostante la monumentale mostra vicentina, organizzata con dovizia di particolari, il più grande architetto della storia giace spesso dimenticato, sepolto da decine di pubblicazioni non certamente lette dagli amministratori o , ancor peggio, dai proprietari delle ville venete. Siamo a Bertesina, frazione di Vicenza, piccolo borgo agricolo dove nel 1540 Andrea Palladio edifica una delle sue prime opere. Oggi giace in uno stato di semirovina, abitata da una famiglia di contadini che, forse per uso capione, si sono accapparrati l' abitazione. Abito a poche centinaia di metri da quetsa villa che non ho mai visto sfruttata e utilizzata come dovrebbe essere. A pochi metri dall' entrata giace il letame, un magazzino agricolo del 900' con l' entra ed esci dei trattori, fanghiglia perenne e un' eccessiva parvenza di trascuratezza. Nonostante la targa marrone con la citazione del noto architetto, la villa non è più vissuta come tale. Il cancello è mal tenuto, la facciata è sporca e rovinata, si notano crepe e scrostamenti dell' intonaco. Il piano nobile probabilmente è chiuso, costerebbe troppo riscaldarlo, le famiglie vivono nei lati, un tempo riservati alla servitù. Tra le 4400 e passa ville venete, lo stato d' abbandono risulta spesso costante. In questa villa vedrei bene una famiglia colta e illuminata, o un' attività professionale legata all' architettura piuttosto che alla progettazione. Come in quella nota pubblicità, immagino un giardino curato, abili musicisti che si esercitano e dame che passeggiano, nella cornice di un ricevimento rimaverile.
Vi sono infiniti spiragli si salvezza per queste opere d' arte, tutto sta nel concentrarsi e capire che la salvezza non arriva da sola,ma va progettata e voluta.
Simone Ariot

sabato 3 gennaio 2009

Lungamente stretta

Si trovano spesso nei piccoli centri abitati del sud Italia, hanno un' entrata sulla strada nazionale e una al lungomare. Sono case affiancate, strette solo tre metri e profonde, difficili da arredare e ridistribuire. Qui siamo a Santa Teresa di Riva, Messina, paese generalmente non valorizzato e vivo nei tre mesi estivi per il ritorno di quanti sono andati a cercare fortuna altrove. A volte capita che chi la fortuna la trova, decida di restituire qualcosa, anche solo in termini di estetica, al paese natale. Siamo nella depandence per gli ospiti dell' architetto vicentino Paolo Costa, attigua alla villa in stile eoliano recuparata e nella quale vive nei mesi estivi.
Solo tre metri di larghezza, una decina di profondità, tre piani complessivi. Il recupero è stato conservativo e studiato nei dettagli, trasformando un' abitazione disabitata e dal bassissimo valore economico ( poche decine di migliaia di euro), in una funzionale unità per gli ospiti, con la possibilità di ospitarne fino ad otto. Nel piccolo giardino è stato ricavato un piano cottura in cui domina il bianco, un barbeque per le grigliate di pesce spada, rigorosamente messinese, un tavolino e una copetura per il sole. L' erba è curatissima e irrigata regolarmente per mantenerla viva e lucente.
A volte basta poco, ma nel paese è il solo esempio di architettura recuperata, nonostante i probabili incentivi e fondi per i restauri.
Simone Ariot